Il Prezzo della Felicità

fonte immagine: mother-surrogate.info

Ci sono cose, nella vita, che non si possono comprare. La Vita stessa, per esempio.
Sebbene qualche forza deliberata o celata cerchi di promuovere il contrario costringendoci ad osservare il mondo con spensierate lenti colorate in plexiglass, invece che con il nostro veritiero cristallino naturale.

Ci sono cose, nella vita, che dovrebbero far riflettere ascoltando il silenzio invece che cercare di sfuggir loro in ogni modo rincorrendo un’ esistenza liquida, superficiale e in perenne lotta contro il tempo, in nome del pro(?)gresso.

Avete mai guardato negli occhi una donna, madre surrogata, nel momento in cui viene reciso il cordone ombelicale del suo bambino?  Vi prego, fatelo.

Mi rivolgo soprattutto alle donne perché gli uomini, per quanto sensibili, non posseggono il “potere” di accogliere una nuova vita dentro sé stessi. E pur potendo sicuramente capire, non possono “somatizzare”.

Mi rivolgo alle Donne perché questa è una moderna lotta fatta verso le donne stesse. E mi rivolgo a quelle donne che fanno finta di non capire (poiché non capire proprio è impossibile!). E’ una lotta contro la femminilità e la virilità: un folle “tutti contro tutti” che porta alla distruzione totale del genere e delle coscienze e ad un assoggettamento pieno e inconsapevole ad una dittatura morale che va contro la vita.

Donne, guardate gli occhi di quelle altre “donne surrogate”. Guardate quello che c’è intorno a loro. Guardate la violenza inaudita che avviene in quella improvvisa presa di coscienza che la parte più preziosa di loro stesse è stata irrimediabilmente venduta. E’ stata irrimediabilmente strappata loro.

E’ stata irrimediabilmente sfondata la loro femminilità, è stato irrimediabilmente rubato loro il frutto dell’essere donna, è stata irrimediabilmente deprecata LA dignità di madre. E’ stata irrimediabilmente barattata ogni fiducia con quattro soldi che servono solo a sanare le ferite di un parto cesareo, non certamente quelle della vita vuota, svuotata, che rimane da vivere. In che modo Dio solo sa come. E meglio di Lui, lo sa la madre surrogata, la femmina affittata, la donna squarciata che passa dalla curiosità di essere madre alla vomitevole consapevolezza di essere un solo corpo da sfruttare. E buttare via.

Paura. Alienante paura, becera paura, irrimediabile paura, paurosa presa di coscienza che nulla sarà più come prima. Che ormai tutto è perduto.

Questa è la morte. La morte dell’ Anima. La fine di ogni respiro. La perdita di ogni Fiducia. La presa di coscienza, sconcertante e bieca, alienante e disperata, di essersi prestata con eccessiva leggerezza ad un folle gioco in cui si può solo perdere. Perdere sé stessi. E perdere il proprio figlio.

Mi chiedo che cosa ci sia di più terribile e di più irrimediabile per una donna che perdere tutto ciò. Donne, svegliatevi per favore.

Non riesco a considerare “degna” una donna che, in nome del politically correct e di una sconcertante miopia etica asservita allo squallido tornaconto della poltrona comoda, si illuda di lavarsi la coscienza biascicando di “avere qualche perplessità sull’ utero in affitto”.

Donne. DONNE. Donne? Sia il vostro parlare Si Si, No No. Non perché sia stato suggerito qualche migliaio di anni fa da qualcuno, non per cecità dittatoriale o per ottenebrante presunzione o per baratto di sete di potere. Solo ed esclusivamente per Coerenza, per Onestà, per Coscienza, per quella voce del verbo “essere” che ci garantisce la vita, qui e ora.

Perché la mattina, al risveglio, noi donne abbiamo l’ obbligo di guardarci allo specchio e di riconoscerci anche sotto la tinta, il botox e il tailleur firmato, semplicemente guardandoci negli occhi. Abbiamo il dovere (termine fastidioso, di questi tempi, lo so) di “sentire a pelle”, di mostrare la nostra verità e di dimostrare che le nostre parole, azioni, sensazioni sono frutto della nostra sacra femminilità e non luride serve di un distorto, servile e assordante silenzio etico, morale, emotivo, in cui il blando e scadente laissez-faire viene autorizzato in nome di un travisato e ingannevole concetto di libertà che diventa lo scudo dietro cui celare la nostra incapacità morale e la nostra accomodante esperienza nel mestiere più antico del mondo. Reputazione che non cambia anche se ci si veste a nuovo e si siede sul velluto ammiccando a destra e a manca al premier di turno.

E’ questo è il nostro contemporaneo velo di Maya che ci offusca, ci avviluppa e ci nasconde dal pubblico ludibrio della Coscienza universale al quale certi nostri alienanti pensieri sarebbero miseramente esposti.

Vergogna. Un termine desueto, sdoganato, “rottamato”, lacerato e svuotato, umiliato e deriso, fatto a pezzi e sbattuto nelle segrete, un termine che è diventato “vergognoso” usare.
Ma… avete mai provato a nascondere il sole con un dito?

E’ un velo donne, ricordatelo, è solo un opaco velo leggero che vi illudete di indossare come fosse un vestito di seta pura e che invece vi mostra in piazza sempre più in palese e incontrovertibile desabillè. E che sgretola miseramente quella preziosa “gemma di potere” dell’ accogliere la vita, gemma che è stata donata alla donna e a lei soltanto e che va custodita come il bene più prezioso.

E’ allucinante e incredibile che una donna “impavida… con l’ utero delle altre” si professi paladina della lotta alla mercificazione del corpo femminile, e poi sia pronta a scandalizzarsi per qualche parola colorita sul social del momento contro il novello falso-papà, invece di indignarsi per il palese sfruttamento di una prostituzione di nuovo corso che sta alla base delle scardinanti logiche dell’ utero in affitto.

Fa pena. E fa rabbia. Oltre a far ridere, di ributtante sdegno.

Non è neppure una lotta di classe o una evidente prevaricazione del potere della sterilità dei ricchi contro l’impotente fertilità dei poveri, un “oi oligoi VS il resto del mondo”. Questo appare quasi secondario quando alla base c’è una totale e aberrante mancanza di Dignità, una conscia e consapevole distorsione e svendita di quei valori che identificano l’ Uomo e lo separano nettamente da tutti gli altri mondi.

Quando il “possibile” diventa automaticamente “lecito” per mere giustificazioni economiche. Quando alla base della Vita non c’è più un inalienabile diritto ma un alienante quotazione pecuniaria, quando non esiste più la differenza tra il valore di un diamante, un chilo di patate e la fattura d’ospedale di una maternità surrogata. Ossia quando alla Vita viene dato un prezzo. Così come alla Felicità.

Parafrasando lo slogan di un noto spot, è vero che ci sono cose che non hanno prezzo e che per tutto il resto c’è una carta di credito. E mi chiedo… Credete davvero alla favola che acquistare o, più filosoficamente, *avere* un momento di felicità violentata a scapito di qualcun altro sia davvero come *essere* (gratuitamente) Felici?

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